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a volte meglio abbandonare i sensi per non impazzire

Non credo di essere particolarmente fuori di testa, ma magari nella vita vige la stessa regola che nelle commedie americane in cui un impiegato sfigato deve incontrare una hippie scatenata in fuga da Las Vegas? (sono sicura che c’è almeno un film del genere).

Sono cresciuta da mia nonna che quando avevo 14 anni mi ha fatto la fodera per un cuscino con una tasca davanti. Me l’ha regalato, era una bella fodera, ci stava bene sul mio lettino. Una volta domandata sul perchè della tasca davanti ha risposto con semplicità: è per i preservativi.

(segue la scena di panico di una teenager, piena di: ma nonna, ma io, ma. Now I know: everything comes useful …)

Mia nonna odiava le scarpe. D’esate non le usava. Non mi sembrava strano.

Da quel momento la mia vita è stata sempre piena di gente pazza.

Un signore che disegnava nei libri, usando matite colorate e i marker. Riusciva a farlo solo seduto nella prima fila in teatro. Non guardava mai la scena. Magari aveva paura di guardare. Ai bambini si ripete di non fissare il sole, lui non fissava gli attori.

Gli amici che per l’amore di letteratura classica scrivevano i pezzi teatrali in stile Monty Phyton con Cesare come protagonista. Parliamo ovviamente di un pezzo cantato e ballato, mica siamo in antica Roma.

La gente che amava troppo.

Amici che hanno speso soldi per un campo di grano, anche se non hanno mai fatto crescere neanche una pianta.

Un ragazzo che si vestiva abitualmente in vestiti dall’Ottocento. La gente lo guardava stupita mentre si aggiustava cappello alto e l’abito da cerimonia.Lui in quel momento probabilmente non ci pensava al vestito, troppo preso dalla poesia che nasceva nella sua testa. Poesia ricercata come ricamo e bella come vetro colorato.

Vanno e vengono. In questo momento intorno a me ci sono tanti pazzi (non li nomino perchè se sono seriamente fuori di testa dopo averlo letto mi faranno del male e io devo andare al concerto la settimana prossima).

E con questo volevo solo dire: grazie.

Grazie a quelli che sono stati con me per anni,se sono venuta così male, è merito vostro. Se avevo la tendenza di agire e pensare come mi pare,voi l’avete rinforzata. Sai nonna, sul campo di erba mi tolgo spesso le scarpe, ma capisci che Milano d’estate non è la stessa cosa.

Grazie anche a quelli che invadono adesso la mia vita. A volte quando penso che non si può… che non si trova le forze…che è difficile… e come mai…, arrivate voi e mi mostrate l’opposto.

La pazzia invade il mondo. E io, sdraiata sulla schiena mi faccio cullare dalle onde e col dito disegno le nuvole.

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poesia. e musica

Tutto comincia un pomeriggio poco poetico in un ufficio.

Persone: Simona, Diego, Hanna (sono io)

Diego (entra con cartucccia che deve cambiare): Vi ho portato cartuccia che devo cambiare.

Hanna: mi hai spaventato. Con questa cartuccia.

Frank comincia a cantare una canzone. In frattempo cambia la cartuccia.

Simona cominicia a cantare con Frank. Hanna pensa cosa succederà se  Simona e Frank comincieranno a baciarsi e come uscire prima. Con stile, ovviamente.

Diego: questa canzone ha 30 anni

Simona: e lui la canta da 30 anni

Diego (a Hanna): Battisti lo conosci?

Hanna: Si, ma non troppo bene.

Seguono le spiegazioni sulla carriera di Battisti e indicazioni di Diego sulle canzioni da ascoltare, che finiscono con un suggerimento

Diego: scaricati la discografia di Battisti. Perchè capisci che Mogol è un bravissimo paroliere. Oggi non c’è questa poesia in canzoni. La nostra generazione ha la capacità di giudicare bene sia la musica dagli anni sessanta (che è il periodo migliore in assoluto) che quella di oggi. E ti dico che i miei figli aprezzano la nostra musica, ma alle canzoni di oggi manca la poesia.

Segue la discussione.

Fine.

Adesso ascolto Battisti e mi chiedo: veramente non c’è più poesia in noi? Non sappiamo raccontare le storie? Le storie sono cambiate come sono cambiati i tempi? Viviamo le emozioni in modo diverso?

Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffé
che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te
che poi entri in chiesa e preghi piano
e intanto pensi al mondo ormai per te così lontano.
Per te che di mattina torni a casa tua perché
per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te
per te che metti i soldi accanto a lui che dorme
e aggiungi ancora un po’ d’amore a chi non sa che farne.
Anche per te vorrei morire ed io morir non so
anche per te darei qualcosa che non ho

Con la poesia ho avuto sempre un rapporto stretto e molto speciale. Scrivevo, ero il modo più intimo, sincero per esprimermi. Poi ho smesso. Non so perchè ma ormai lo trovo difficile scrivere una poesia ed è una sensazione strana, come se zoppicassi mentre prima correvo.

Zoppicchiamo pure noi? per quello che le parole e concetti di canzoni scritti da parolieri di una volta non appartengono più a noi, la nostra espressività. Dire che ti amo da morire è bello. Ed è pure clichè. Dire che per vorrei morire ed io morir non soè amore, vulnerabilità, impotenza. Rendersi nudi e ridicoli. Essere sinceri.

Dopo anni (achh vecchiaia) di giocare con le parole trovo ancora commuovente la sincerità delle emozioni e sensibilità per i dettagli che trovo nei testi.

Sarò ottimista ma non credo che in uno o altro modo riusciremo a farci capire e farci scoprire.

Perché quel brivido prima di dire tutta la verità, sia amore che amicizia è incomparabile. Magari solo con calore che arriva subito dopo.

P.S. ovviamente il frammento della canzione è ‘Pensieri e parole’ di Battisti.

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parole parole parole

ci tego tanto agli immagini. Magari perchè sono MTV generation o sono semplicemente superficiale.

Ma la verità è che mi manca pazienza. In fretta passo da uno spazio all’altro, senza notare persone, forme, significati. Continua a leggere

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